Due capitoli, curati da me, del libro "Questione di muscoli", pubblicato da Erickson, a cura della UILDM. (lotta alla distrofia muscolare)
LA RABBIA
Pensavo che la rabbia fosse rossa. Rossa, luminosa,
esplosiva come una fiammata.
Invece no, la rabbia è nera. Nessun colore, nessuna
luce.
Tutti i colori con cui avevo dipinto il tuo futuro si
sono dissolti, lasciando questo buio profondo.
Mi guardi, e nei tuoi occhi di bambino leggo domande
a cui non so rispondere.
«Mamma, perché non riesco più a correre?».
Avevo progettato per te una vita di gioia. Ti sentivo
scalciare nella mia pancia, puledro scalpitante e irruente.
E poi mi hanno detto che non potrai più camminare per
attraversare la vita. Non potrai saltare ostacoli, cavalcare speranze, correre
verso il futuro.
Questa rabbia ha un grido silenzioso: PERCHÉ?
Volevo darti un mondo da esplorare e da amare, e ti
ho messo in un mondo dove non c’è spazio per te.
Volevo regalarti la libertà, e ti ho incatenato a
delle gambe che ti tengono fermo.
Volevo accompagnarti verso un domani felice, e non so
più quanti domani avrai.
Com’è nera questa rabbia.
Odio me, le mie illusioni, il mio egoismo, la mia
incapacità di fare un bambino sano.
Odio quel medico che mi ha detto che tra un po’ non
riuscirai più a stare in piedi.
Odio tuo padre che piange e non sa cosa fare.
Odio te, che non sei più il bambino che avevo nei
miei sogni.
Ma dopo la rabbia rossa arriva il grigio del dolore,
nuvole cupe che nascondono il cielo. Non ci sono più saette da lanciare, ma
nemmeno stelle, sole, luna.
Niente.
Come sono cambiate le mie ali.
Grandi ali, distese a seguire la luce del sole che
nasce.
Ali rigide, in un volo in picchiata contro il mondo.
Ali chiuse dal dolore, in balìa del vento di
tempesta.
Ma c'è uno squarcio di azzurro nell'ammasso di nubi
scure: i tuoi occhi, a cui devo una risposta.
Perché lì c'è la vita e quella vita te l’ho data io.
Sento nostalgia di cieli nuovi e le mie ali si
allargano, planano verso di te.
Forse, amore, non camminerai. Ma ti insegnerò a
volare.
Regaleremo al mondo i tuoi colori.
Il dolore sarà meno scuro, la pioggia ridarà vita alla
voglia di non si arrendersi e di cercare ancora.
La rabbia diventerà fuoco e sarà la nostra arma contro
la malattia, contro gli ostacoli messi da chi non capisce, contro quelli che
negano la speranza.
Lo sai, piccolo amore, la speranza ha il colore
dell’alba, quando il mare nero increspato della notte diventa una seta morbida,
lucente, chiara.
LA RABBIA
Pensavo che la rabbia fosse rossa. Rossa, luminosa,
esplosiva come una fiammata.
Invece no, la rabbia è nera. Nessun colore, nessuna
luce.
Tutti i colori con cui avevo dipinto il tuo futuro si
sono dissolti, lasciando questo buio profondo.
Mi guardi, e nei tuoi occhi di bambino leggo domande
a cui non so rispondere.
«Mamma, perché non riesco più a correre?».
Avevo progettato per te una vita di gioia. Ti sentivo
scalciare nella mia pancia, puledro scalpitante e irruente.
E poi mi hanno detto che non potrai più camminare per
attraversare la vita. Non potrai saltare ostacoli, cavalcare speranze, correre
verso il futuro.
Questa rabbia ha un grido silenzioso: PERCHÉ?
Volevo darti un mondo da esplorare e da amare, e ti
ho messo in un mondo dove non c’è spazio per te.
Volevo regalarti la libertà, e ti ho incatenato a
delle gambe che ti tengono fermo.
Volevo accompagnarti verso un domani felice, e non so
più quanti domani avrai.
Com’è nera questa rabbia.
Odio me, le mie illusioni, il mio egoismo, la mia
incapacità di fare un bambino sano.
Odio quel medico che mi ha detto che tra un po’ non
riuscirai più a stare in piedi.
Odio tuo padre che piange e non sa cosa fare.
Odio te, che non sei più il bambino che avevo nei
miei sogni.
Ma dopo la rabbia rossa arriva il grigio del dolore,
nuvole cupe che nascondono il cielo. Non ci sono più saette da lanciare, ma
nemmeno stelle, sole, luna.
Niente.
Come sono cambiate le mie ali.
Grandi ali, distese a seguire la luce del sole che
nasce.
Ali rigide, in un volo in picchiata contro il mondo.
Ali chiuse dal dolore, in balìa del vento di
tempesta.
Ma c'è uno squarcio di azzurro nell'ammasso di nubi
scure: i tuoi occhi, a cui devo una risposta.
Perché lì c'è la vita e quella vita te l’ho data io.
Sento nostalgia di cieli nuovi e le mie ali si
allargano, planano verso di te.
Forse, amore, non camminerai. Ma ti insegnerò a
volare.
Regaleremo al mondo i tuoi colori.
Il dolore sarà meno scuro, la pioggia ridarà vita alla
voglia di non si arrendersi e di cercare ancora.
La rabbia diventerà fuoco e sarà la nostra arma contro
la malattia, contro gli ostacoli messi da chi non capisce, contro quelli che
negano la speranza.
Lo sai, piccolo amore, la speranza ha il colore
dell’alba, quando il mare nero increspato della notte diventa una seta morbida,
lucente, chiara.
GUARDAMI
Sguardi: un
labirinto di specchi che mi rimanda immagini di me.
Ma come sono,
davvero, io?
Ero bello.
Il più bello,
nell'abbraccio del latte tiepido e delle carezze leggere di mia madre, nei suoi
occhi che si perdevano nei miei.
Ero forte.
Il più forte,
negli occhi del papà, che vedeva il suo piccolo cavaliere senza macchia e paura
domare il triciclo come un cavallo da rodeo.
Ero intelligente.
Il più
intelligente, nello sguardo incantato dei nonni, quando scrivevo per la prima
volta il mio nome tutto storto.
Poi è
arrivata la malattia.
Le immagini
del labirinto di specchi non sono state più quella di prima.
Sono cambiati
gli specchi, o sono cambiato io?
Brutto, negli
sguardi dei compagni che mi sfiorano e guardano altrove.
Fragile, negli occhi delle maestre che mi osservano con ansia e forse vorrebbero
che fossi altrove.
Stupido, perché
non so muovermi come fanno gli altri, nel loro osservarmi senza sapere la
differenza tra volere e potere.
Cerco specchi
diversi.
Sguardi senza
imbarazzo, senza pietà, senza ipocrisia, senza paura.
Guardami.
Ma non fare
finta che io sia uguale a te. Sono diverso, tutti siamo diversi.
Guarda i miei
pensieri, il mio dolore, la mia allegria.
Io li guardo
i tuoi pensieri, il tuo dolore, la tua allegria.
Non sono gli
stessi, ma in fondo si assomigliano.
Nello
specchio del mio sguardo non cercare la tua immagine di persona buona, che dà
tanto e non chiede mai, che si sacrifica per compassione. Come se essere sano
fosse una tua colpa da espiare.
Guardami come
si guarda un amico.
Bello, forte,
intelligente.
Brutto,
fragile, stupido.
Proprio come
te.
Guardami.
Vedrai nei
miei occhi la stessa voglia e paura della vita che io vedo nei tuoi.
GUARDAMI
Sguardi: un
labirinto di specchi che mi rimanda immagini di me.
Ma come sono,
davvero, io?
Ero bello.
Il più bello,
nell'abbraccio del latte tiepido e delle carezze leggere di mia madre, nei suoi
occhi che si perdevano nei miei.
Ero forte.
Il più forte,
negli occhi del papà, che vedeva il suo piccolo cavaliere senza macchia e paura
domare il triciclo come un cavallo da rodeo.
Ero intelligente.
Il più
intelligente, nello sguardo incantato dei nonni, quando scrivevo per la prima
volta il mio nome tutto storto.
Poi è
arrivata la malattia.
Le immagini
del labirinto di specchi non sono state più quella di prima.
Sono cambiati
gli specchi, o sono cambiato io?
Brutto, negli
sguardi dei compagni che mi sfiorano e guardano altrove.
Fragile, negli occhi delle maestre che mi osservano con ansia e forse vorrebbero
che fossi altrove.
Stupido, perché
non so muovermi come fanno gli altri, nel loro osservarmi senza sapere la
differenza tra volere e potere.
Cerco specchi
diversi.
Sguardi senza
imbarazzo, senza pietà, senza ipocrisia, senza paura.
Guardami.
Ma non fare
finta che io sia uguale a te. Sono diverso, tutti siamo diversi.
Guarda i miei
pensieri, il mio dolore, la mia allegria.
Io li guardo
i tuoi pensieri, il tuo dolore, la tua allegria.
Non sono gli
stessi, ma in fondo si assomigliano.
Nello
specchio del mio sguardo non cercare la tua immagine di persona buona, che dà
tanto e non chiede mai, che si sacrifica per compassione. Come se essere sano
fosse una tua colpa da espiare.
Guardami come
si guarda un amico.
Bello, forte,
intelligente.
Brutto,
fragile, stupido.
Proprio come
te.
Guardami.
Vedrai nei
miei occhi la stessa voglia e paura della vita che io vedo nei tuoi.
La mia vita in un racconto
Ho scritto questo pezzo nel 2005, per un concorso proposto da un settimanale, Anna. Dovevo raccontare in una lettera la mia storia di donna.
(Ho vinto il secondo premio!)
(Ho vinto il secondo premio!)
Un giorno del 2005
Cara Anna,
la vita è una cosa strana, davvero.
la vita è una cosa strana, davvero.
La mia, per molto tempo, è stata come tante: sposa, mamma, maestra elementare. Tutto normale, tranquillo, forse un po’ noioso.
Ma una mattina di luglio, otto anni fa (ne avevo quarantasette), è tutto cambiato.
Mi ricordo, ero in bagno, mi guardavo allo specchio, mi sentivo strana, la mia bocca era un po’ storta… Dovevamo partire per il mare. Mio marito mi ha chiesto se la valigia era pronta, io l'ho guardato e non gli ho detto niente. Non riuscivo a parlare.
Lui mi ha invitato a scrivere cosa mi capitava su un biglietto, ma dalla penna sono usciti solo scarabocchi. Allarme, pronto soccorso, TAC, angiografia, diagnosi. Un ictus mi aveva rubato le parole.
Non so spiegarti cosa mi passava nella testa, non riesco a ricordare se miei pensieri fossero parole o immagini. Mi hanno ricoverata e non capivo perché; vedevo mamma, figli, fratelli, con la faccia stravolta intorno al mio letto.
Mio marito passava le notti seduto su una sedia, vicino a me, spiando il mio respiro. Io invece dormivo pacifica: ero certa che sarei tornata a parlare.
Mi ricordo lo sguardo sbalordito di un’infermiera quando, una mattina, le ho sorriso e le ho detto buongiorno.
E piano piano riaffioravano parole, a volte storpiate, mozze, a volte inventate.
Ho visto la mia TAC: un bel buco nero nel mio cervello. E i medici dicevano che ero stata fortunata. Mi veniva un po’ da ridere, ma forse avevano ragione.
Sai, un mese all’ospedale ti insegna molte cose. Vedi da vicino il dolore degli altri: il pianto di una donna che vede morire il suo uomo, la rabbia di un ragazzo che non riesce più a camminare, la solitudine di una vecchietta che è felice se solo le accarezzi la mano e le chiedi come sta.
Sono ritornata a casa decisa a riprendermi la vita. E ce l’ho fatta, grazie alle persone che amo e che mi amano, ma anche alla mia caparbia voglia di non arrendermi, e a un po’ di umorismo (i miei neologismi erano proprio divertenti!).
Ho trovato un nuovo modo di parlare con gli altri e di ascoltarli, proprio perché ho scoperto il valore delle parole. È strano, ma il vero dialogo con mio marito è iniziato solo quando io ho perso la voce, e lui ha temuto di perdere me.
Un anno dopo mi sono iscritta all’università. All’inizio mi sentivo un pesce fuor d’acqua, in mezzo a quei ragazzi, ma ho scoperto di non essere l’unica studentessa “attempata”: e ho trovato delle nuove amiche che, come me, stavano realizzando un vecchio sogno. Bellissimo!
Volevo sapere come funziona il cervello. E se il mio funzionava.
Prima degli esami orali ero in preda al panico (quando sono emozionata il mio linguaggio è ancora un po’ aggrovigliato), però mi buttavo lo stesso.
Beh, non ci crederai: sono diventata psicologa!
Ma non mi bastava: volevo diventare psicoterapeuta infantile, e dopo essere stata rifiutata da diverse scuole di specialità (Sa, signora, alla sua età il percorso sarebbe troppo impegnativo) finalmente ho trovato chi è disposto a puntare su di me. A settembre inizierò questa nuova scuola, e sono emozionata come la mia nipotina che è alle soglie della prima elementare.
Sai, Anna, noi donne troppo spesso rinunciamo ai nostri sogni per permettere a marito e figli di realizzare i loro. Così succede che loro crescono, imparano, scoprono il mondo e noi restiamo indietro, a guardare e aspettare… Aspettare cosa? Di andare in pensione e chiederci dov’è andata la nostra vita?
È così bello, invece, crescere anche “da grandi”.
Adesso la mia vita è vera vita; sono ancora moglie, madre, e anche nonna, ma lo sono in modo diverso, perché sono anche altro. Una donna intera, che ogni tanto inciampa nelle parole. Ma fa niente.
Cinzia
****
Il diavolo fa i coperchi
(vecchio racconto ritrovato)
DA <pastorerrante@eos.it>
A <silenziosaluna@gya.com>
Stasera, otto e mezza, Osteria Del Tempo Perduto, Alzaia Naviglio Grande: c'è un tavolo per due. Il nome della prenotazione è Pastore ;)
Ti aspetto.
Con occhi appannati di sonno e bocca che sa di caffè, Linda si affaccia alla finestra del suo Mac.
Guido è già uscito, di corsa, dopo un bacio veloce, lasciando una leggera scia di profumo di muschio. Stasera farà tardi, ha una cena tra colleghi.
Linda si accede la prima sigaretta della giornata, rilegge la mail, chiude il computer.
Stasera, otto e mezza. Forse. O forse no.
Questo pensiero l’ossessiona tutto il giorno.
Ci pensa a scuola, mentre spiega il Risorgimento ai suoi alunni.
Ci pensa dal parrucchiere, mentre trasforma i suoi spenti capelli marroncini in una chioma sfavillante di costosissimi colpi di sole.
Ci pensa in bagno, mentre si immerge nella schiuma profumata, si spalma unguenti orientali sul corpo, si massaggia sul viso la crema ultraidratante per pelli mature. Certo, a quarantadue anni la tua pelle - almeno quella - è matura.
Ci pensa mentre si mette mascara e ombretto, per far risaltare l’azzurro dei suoi occhi - l’unica parte di sé che le piace.
Stasera, otto e mezza. Forse sì. Anzi, sì.
In camera, con il letto ricoperto di pantaloni, gonne, camicie, golfini, si prova metà del guardaroba davanti allo specchio. Sguardo critico e commenti sarcastici.
Minigonna da troietta che fa saldi di fine stagione. Gonna floreale alle caviglia da figlia dei fiori in pensione. Camicia di seta con volant da vorrei (essere-chic) ma non posso.
Alla fine sceglie l’abito di cachemire grigio perla, morbido, che non segna troppo i fianchi, e il classico blazer blu. Una sciarpa di seta fucsia per non sembrare troppo seria.
Dandosi un’ultima spazzolata ai capelli guarda la sua faccia da monella già mezza pentita. Dai, non cosa c’è di male? É solo una cena.
Arriva il taxi. É fatta.
All’Osteria Del Tempo Perduto il tavolo riservato è di fronte a un grande camino acceso: a metà aprile la primavera non è ancora arrivata. E neanche il pastore errante. Linda si siede, accetta il flute di prosecco offerto dal cameriere, e, con lo sguardo perso nella danza del fuoco, cerca di capire perché è lì.
Era iniziato tutto una sera nebbiosa di febbraio. Guido era rintanato nel suo studio, come sempre, coi suoi progetti di ricerca e le sue statistiche. Lei, sdraiata sul letto, cercava informazioni sui programmi didattici del Ministero, con il nuovo Macbook sulle ginocchia e il gatto che giocava coi tasti. Di colpo era apparso un banner:
“IO E TE - La solitudine è una malattia: chatta con noi e scoprirai come guarire”.
Si era registrata.
Nick. Come mi posso chiamare? un nome poetico… ecco, “silenziosa luna”.
Profilo. Io sono… ma chi accidenti sono?
“Ragazzina di mezza età, con un marito di mezza età. Non ho figli, non sono arrivati; però ho un grosso gatto nero. Ho un lavoro che mi piace e mi stressa: insegno italiano e storia ai ragazzini delle medie. A volte dipingo. O scrivo poesie che finiscono nel cestino. Non mi basta. Mi manca qualcosa. Mi manca qualcuno. Qualcuno che mi ascolti perché ha voglia di sentire quello che ho da dire. Che mi parli perché ha voglia di raccontarmi cosa gli passa dentro. Che mi guardi e trovi in me la bellezza”.
Il suo profilo le aveva procurato in pochi minuti una valanga di messaggi.
lupocheperdeilpelo
Sono affascinante e libero. Vuoi entrare nel mio bosco, cappuccetto rosso? Vivrai una favola da ricordare, senza limiti, senza regole, senza complessi. Uuuuuuh!!
Madonna, che paura! sei un lupo affamato, o un serial-killer?
thewinner
Amo la poesia ma soprattutto le poetesse. Vorrei vederti da molto vicino! mi mandi una foto con le tette fuori, che per me saranno fiori?
Che bello, ho trovato finalmente un vero poeta!
elmacho
eilà, ragazina! posso ascoltarti tutta la notte, e intanto accarezarti come solo io sò fare!
Analfabeta fuori di testa, vuoi qualche ripetizione di italiano?
Tanti inviti di questo stampo, per qualche giorno; Linda non aveva mai risposto, se non nella sua testa. Stava per cancellarsi dal sito, quando sullo schermo era comparso pastorerrante:
Tu, solinga, eterna peregrina, che sì pensosa sei… tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera.
Amo Leopardi come te. Forse le nostre solitudini possono incontrarsi in una poesia nuova. In una nuova primavera. Ti prego, parla con me.
Così era cominciato uno scambio di mail sempre più fitto. Lui capiva anche il non detto. Lui non aveva paura di guardare nel buio e di fare emergere le parti nascoste, negate, soffocate di Linda. Lui era il poeta, il confessore, l’amico che accoglieva e non giudicava. I suoi messaggi sapevano “consolarla dell’umano stato” .
Una volta (quanto tempo fa?) ci riusciva anche Guido.
Il pastore è in ritardo… E se parlare sarà più difficile che scriversi? Se non gli piacerà la mia faccia? Se a me non piacerà la sua? E poi perché sono qui? Io in fondo ho già il mio amore. No, adesso me ne vado.
Linda, cosa fai qui?
Per poco il flute non le cade dalle mani
…Guido?
Non te l’avevo detto che sarei venuto qui con i colleghi? Abbiamo una tavolata nella saletta di sotto. Ma tu non dovevi uscire con la tua inseparabile Marta?
Linda sente le guance infiammarsi, annaspa:
Marta, sì… ma…
Ma è in ritardo come sempre! - conclude Guido con una risatina, e prende il telefonino - Dai, adesso la chiamiamo per sapere dov’è.
No! No, Guido, lascia perdere: è a una riunione, mi ha detto che non era sicura di riuscire a venire. Se non arriva tra cinque minuti vado a casa.
Ma perché? Se resti sola, vieni a mangiare con i miei colleghi.
No, davvero: ho mal di testa, e poi non li conosco, e sono tutti scienziati, io cosa c’entro?
Come vuoi. Ma intanto bevo un aperitivo con te. Cameriere!
Guido non se ne va. Centellina il suo prosecco. Le parla dei risultati esaltanti della nuova ricerca.
Se lui arriva e mi vede con un altro non si avvicinerà. O forse sì. E io cosa dirò? Come li presenterò? Guido ci crederà che non ci siamo mai visti prima?
Linda non regge più:
Amore, io torno a casa: la testa mi scoppia. Ci vediamo dopo.
Mi spiace, piccola. Ti faccio chiamare un taxi.
Finalmente a casa. Sola col suo gatto.
Riprende il fiato. Lancia via le scarpe coi loro tacchi esagerati. Accende il computer.
Il micio nero si adagia sulla tastiera e fa le fusa.
C’è una mail.
DA <pastorerrante@eos.it>
A <silenziosaluna@gya.com>
Scusa, amore, ho voluto divertirmi alle tue spalle. Che tenerezza vederti arrossire, inventare balle poco credibili, arrampicarti sugli specchi. Eppure lo sai che il diavolo fa solo le pentole.
Che sia stato proprio il diavolo, una sera in cui tu eri fuori, tre mesi fa, a fare andare in tilt il mio pc? Dovevo scrivere una mail, ho dovuto usare il tuo. Appena l’ho aperto ho sbattuto il naso contro uno stupido indecente messaggio, che ti arrivava da un certo “galloruspante”. Non ho potuto trattenermi: la finestra della chat era aperta, ho letto il tuo profilo, e ho deciso di sfidare ad armi pari tutti quei galletti rompiballe. Per riconquistarti ho dovuto addirittura iscrivermi al sito, e aprire una nuova casella di posta.
Notti a parlare con te, dalla stanza vicina. A riscoprire quanto sei grande e bella.
“Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto spiar sommessamente”.
Amore mio, luna silenziosa, sono io il pastore errante nel buio. Io voglio la tua luce. Perché non ho saputo dirtelo? Te lo dirò. Stanotte.
Il gatto nero smette di ronfare, si passa una zampa dietro l’orecchio, guarda di sbieco la sua padrona, infastidito dalle gocce salate che gli gocciolano addosso.
La strada del ritorno
Un attimo. Dal rosso
brillante al rosa pallido al grigio al nero.
La montagna si prepara alla notte, si unisce al cielo, diventa
cielo.
Seduto su un tronco vecchio come lui, e come lui spezzato dai
temporali e dal tempo, guarda la sera arrivare.
I richiami e i sussurri del bosco diventano silenzio.
Il respiro freddo del vento fa correre un brivido sulla sua
pelle stanca.
E Lampo non sa la strada del ritorno.
Lampo non si perdeva nei boschi.
Conosceva tutti i sentieri. Sentieri che correvano sotto i
suoi piedi, quando le gambe erano forti e la posta era alta. Lampo, staffetta
della brigata partigiana, non si poteva fermare: la vita dei suoi compagni era
nei messaggi che portava.
Eppure qualche volta, anche allora, la voglia di perdere la
strada del ritorno lo sfiorava. Una tana tra le foglie di castagno, un sonno
senza sogni. Dire basta alla morsa della paura, alla stanchezza dei muscoli, alla
fame nello stomaco, alla fretta senza tregua. Al grande tedesco Gunter che lo
seguiva invisibile.
Pensieri che non prendeva mai sul serio: ci sarà tempo, dopo.
Tempo per dormire, mangiare un pasto caldo, bere vino con gli
amici.
Tempo per fare l'amore con Lucina. La sua pelle liscia. Il
suo silenzio che ascoltava la grande storia raccontata da Lampo. Le sue parole
quiete per ridargli coraggio. Forza,
Lampo!
E lampo non si fermava, non si perdeva mai.
Ma questa sera Lampo non sa più la strada del ritorno.
Non c'è la bestia della paura che lo insegue. Non ci sono
compagni da salvare. Non ha pezzi di storia da vivere e raccontare.
In mano nient'altro che mirtilli raccolti nel bosco. Per
Lucina.
Lucina, con la sua pelle sempre più sottile. Nel tempo della
gioia, quando lei si stendeva sul tappeto di
foglie, Lampo toglieva i ricci di castagne perché non si pungesse.
Adesso non può fare più niente perché il tempo non la ferisca,
non le punga le ossa.
Gunter, il grande tedesco invisibile che lo seguiva nella sua
corsa da partigiano, è ancora lì. Se Lampo non si alza, non trova la strada del
ritorno, Gunter avrà la meglio, le sue mani lo afferreranno, e tutto quello che
Lampo ha fatto della sua vita diventerà niente.
Pensa a Lucina, che non può più camminare con lui tra foglie
fruscianti. Alle cose che può portarle dal bosco.
Il sibilo del vento. Il profumo di terra e funghi. Le chiazze
di luce dorata tra gli alberi scuri. Le labbra fresche di acqua sorgiva.
Per il silenzio di Lucina, affamato di parole, anche questo è
storia.
Forza, Lampo.
In fondo la strada la sai.
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